Piccole

FIABE PICCOLE PICCOLE

OPLA’

C’era un signore che aveva una strana abitudine: leggeva camminando. Andava a spasso e leggeva, andava in ogni dove e teneva sempre un libro aperto davanti al naso. Naturalmente la sua cultura era spropositata e raramente, per fortuna, gli accadeva di inciampare.

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Un giorno in cui tutto sembrava andare come al solito e il signore si era avviato per una bella stradina di campagna con un libro interessante aperto, mentre il sole splendeva e fiocchi di nuvole candide passavano in cielo cambiando le loro forme, come fanno tutte le nuvole del mondo, ecco che inaspettatamente il signore si trovò a cadere in un buco. Era un buco tondo e nero, che il giorno prima non c’era ed ora era lì, misterioso e malvagio.

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Immerso nella lettura, il signore non lo vide e ci piombò dentro. Incominciò a precipitare e a scendere a gran velocità. Si spaventò, urlò, e intanto cadeva. Cadde giù per tanto di quel tempo che ebbe modo di riflettere, di calmarsi e ragionare. Il tunnel era buio, se no si sarebbe rimesso a leggere.

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Dopo un tempo lunghissimo, vide la luce e il buco lo sputò fuori. Si trovò in un paesaggio diverso dai soliti che conosceva e, quando si fu abituato al sole accecante, gli parve di essere allo zoo perché c’erano i canguri che saltavano. Non erano chiusi  in gabbia, ma liberi ed era evidente che si trovavano nel loro ambiente naturale, cioè a casa loro.

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Il signore capì che il buco lo aveva portato al capo opposto della terra. Pensò che gli sarebbe bastato ributtarsi nel tunnel per tornare al suo paese. Intanto però valeva la pena osservare un po’ quel luogo esotico e godere della gita inaspettata. Così fece, ma dopo un po’ si annoiò e si sedette all’ombra di una pianta. Riaperse il libro e riprese la lettura. Ottimo libro, ottimo autore.

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TRE  CASTAGNE

C’erano una volte tre castagne, ancora chiuse nel riccio. Non avevano mai visto il mondo, non avevano la più pallida idea di come fosse. Sentivano il calore del sole che di giorno scaldava la loro dimora. Il vento spesso dondolava il riccio, appeso al ramo, e le tre castagne, strette strette, serene, si sentivano cullare piacevolmente. Chiacchieravano tra di loro e immaginavano il mondo fuori. Se lo figuravano come una culla più grande, in cui sarebbero state più comode e libere di crescere all’infinito, senza urtarsi l’una contro l’altra.

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Quando fu tempo, un mattino, il riccio si staccò dal ramo e piombò a terra. Le castagne si spaventarono, per la prima volta, non avendo mai subito un urto. Poi il riccio incominciò ad aprirsi e filtrò un raggio di sole.

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La luce entusiasmò le castagne, la trovarono bellissima e, man mano che il riccio si apriva di più, incominciarono a sbirciare  fuori e quello che vedevano le lasciava sconvolte dalla meraviglia. Videro il verde del prato, l’azzurro del cielo, le nuvole, i piccoli insetti, i voli degli uccelli. Udirono suoni e voci di animali, scorsero la luna e le stelle.

Tutto il creato attorno era grandioso, magnifico e assolutamente da amare. Chiacchierando immaginavano un futuro meraviglioso, pieno di cose sempre più belle.

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Con un sacchetto appeso sul davanti si avvicinò un giorno una grande creatura, con un bastone divaricò completamente il riccio e raccolse le tre castagne. Erano belle, lucide e tanto, tanto dolci.

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LA PIGRIZIA

C’era una volta Peppo, detto anche Peppo il gran lavoratore. Si alzava all’alba e lavorava tutto il giorno nel suo laboratorio da falegname. Costruiva mobili: sedie, tavoli, armadi, culle, panche, bare…Non c’era lavoro che non sapesse fare. Il lavoro per lui era tutto e la domenica, quando per rispetto del giorno del Signore non era lecito lavorare, era l’uomo più infelice del mondo. Il lunedì era il suo giorno preferito, e si alzava dal letto tutto allegro, senza attendere il canto del gallo.

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Non era sposato, e i parenti e gli amici insistevano affinché si trovasse una moglie: non era bello trovarsi in vecchiaia da solo, senza figli, senza nessuno a cui tramandare la sua arte e a cui lasciare i suoi beni. Lui rispondeva di non avere il tempo per cercarsi una consorte. Troppi tavoli, troppe sedie, troppe culle e bare da fare. Un giorno i suoi cugini gli proposero di cercargli essi stessi una moglie che andasse bene per lui. Peppo accettò.

I cugini si mesero dunque alla ricerca, chiedendo informazioni nei villaggi vicini. Vennero così a sapere di Pinuccia, brava ragazza, mite, bellina, buona dote, ma tanto pigra.

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I cugini ragionarono e si dissero che la pigrizia della ragazza poteva essere un bene, per frenare l’eccessivo zelo per il  lavoro di Peppo. Lui poi, dal canto suo, avrebbe saputo spronare la ragazza a darsi un po’più da fare. Nel giro di qualche mese si combinò il matrimonio e i due divennero marito e moglie.

Le cose non andarono come previsto dai cugini i quali, dall’imbarazzo, non si fecero più vedere. I contrasti fra i caratteri dei due, così diversi, si acuivano di giorno in giorno. Ognuno non solo rimaneva fermo nelle sue abitudini, ma anzi le rafforzava, per dimostrare di avere ragione. Lui diventava sempre più frenetico, lei sempre più flemmatica e pigra. L’unica cosa su cui andavano d’accordo era litigare. Litigavano benissimo, alla grande, con certe sfuriate veramente epiche. Furono loro a inventare i fuochi artificiali. Litigarono con tale passione, con tali scariche di energia, che il paese cominciò a notare, con grande stupore, che da casa loro in certe sere partivano verso il cielo fuochi, razzi, saette di tutti i colori, che salivano nel cielo ed esplodevano, con un botto, in bellissimi arabeschi di luci colorate.

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Così il paese ebbe i fuochi artificiali gratis e tutti se la godettero un mondo. La voce si sparse, arrivava gente da ogni dove per assistere al fenomeno, e si faceva festa di continuo.

Marito e moglie, troppo impegnati a litigare, non si accorgevano di nulla. In realtà questo fu un caso veramente unico e singolare, che non si è più ripetuto. Da allora, purtroppo, quando la gente litiga non si producono più fuochi artificiali. Meglio così, se no la notte sarebbe troppo illuminata e ci toccherebbe fare sempre festa.

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Disegni di Gigi, testi di Fiorenza

EQUILIBRISTA

Se ne stava sospeso ad una altezza vertiginosa e si dondolava pigramente . L’altezza non era mai stata per lui un problema. Ogni minimo soffio di vento lo faceva ondeggiare paurosamente, ma lui non conosceva la paura. Si permetteva anche spesso un pisolino,  appeso al suo filo.

Lo spazio era il suo elemento: sopra, sotto, in alto, in basso, a destra, a sinistra, in centro, su e poi dinuovo giù. Morbide altalene, tappeti elastici fra la terra e il cielo, voli e rientri. Discese che sembravano non finire mai e poi felici risalite, per buttarsi ancora nel vuoto.

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Ma quel giorno, quel giorno accadde qualcosa di orribile e di inaspettato. Arrivò una massa scura, enorme, con una protuberanza pericolosa e spietata che si diresse con decisione su di lui, distrusse, avvolse e si portò via i suoi adorati fili, la sua ragnatela. Fece appena in tempo a nascondersi nella sua tana di emergenza e si salvò la vita, ma il suo mondo tranquillo fu distrutto e si prese un terribile spavento. Non sapeva che potessero esistere cose tanto orribili.

Intanto la casalinga, soddisfatta della pulizia appena fatta, ripuliva la scopa dalle ragnatele e la riponeva nello sgabuzzino.

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IL CICCIONE

Sono grasso, è vero, lo so. Ridete pure. Ridete pure di me e del mio pancione. Delle mie gambe piccole e corte e del mio bagaglio di grasso. Non potrei certo indossare una cintura. Sono buffo e obeso. Il fatto è che la mia fame è insaziabile, non riesco a controllarmi, mangio a crepapelle. Vivo per mangiare, è vero.

Ma adesso, dopo tanto abbuffarmi, dopo tanto aver suscitato la vostra ilarità, dopo tante prese in giro, sono stufo, stufo da morire. Ho voglia solo di ritirarmi dal mondo e di non farmi più vedere da nessuno. Ecco, addio a tutti, mi nascondo e non mi vedrete più in giro. Vi mancherò? Me ne frego. A me voi non mancherete, fatevi i fatti vostri, io mi farò i miei. Una vita per mangiare, ma ora vado a dormire.

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E dormo e dormo, incosciente. Sogno di essere bello e di volare con delle splendide ali colorate. Sogno  tutti quelli che hanno riso di me che ora mi ammirano e mi invidiano. Sono invidiosi del mio volo leggero e della mia stupenda bellezza. E ora so che non si tratta solo di sogni. E’ vero, che gioia, è proprio tutto vero. Ero bruco, adesso sono farfalla. Dispiego le mie ali nuove e volo nel sole , sotto il cielo azzurro, sui fiori e sull’erba. Attento grillo, fammi passare, bambino, inutilmente allunghi la tua mano, non mi prenderai, sono libero e felice, sono leggero come un soffio. Sono la farfalla più bella che mai avreste potuto immaginare.

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IL RE CHE RUSSAVA

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C’era una volta un re che, quando compì cinquant’anni, incominciò a russare forte. La regina sua consorte si trasferì a dormire nella stanza più alta della torre.

– Perché vai a dormire nella torre? – le chiese il re.

– Perché lassù c’è l’aria più fresca – rispose la regina, che non osava dirgli che il suo russare la teneva sveglia.

Con il passare del tempo, il re russava sempre più forte. Nel castello non dormiva più nessuno. Con le orecchie imbottite di bambagia, tutti cercavano invano di trovare pace. Non dormivano più i ministri, i cortigiani, i soldati, i servi e neppure i cavalli nella scuderia. Il castello tremava per il gran russare del re. Il disturbo di sua maestà peggiorò ancora e allora in tutto il regno anche i suoi sudditi rimanevano svegli, ma ancora nessuno trovava il coraggio di dire al re quello che stava succedendo per colpa sua. Intanto, il re si arrabbiava e si disperava perché tutto sembrava andar male. I cuochi confondevano il sale con lo zucchero, i cavalieri si addormentavano in sella, i ministri sbagliavano i conti, e in tutto il regno sembrava fosse arrivata un’ondata di pigrizia.

– Ma che regno è questo? – tuonava il re.  – Qui non lavora più nessuno! Il pane è scotto oppure bruciato, nel salone pendono le ragnatele, le mie scarpe sono bucate, i soldati non riescono a reggere la spada! Ma siete tutti ammalati o impazziti?

L’unico sano sembrava essere lui, che dormiva benissimo ed era fresco e riposato.

Un giorno una bambina bussò al castello e chiese di parlare con il re. Le guardie, mezze morte di sonno,  la lasciarono passare. Allora la bambina entrò e girò per il castello finchè trovò il re, seduto sul trono, che stava urlando contro un ministro rimbambito.

– Chi sei tu? – le chiese il re.

– Sono Lucia, la figlia del mugnaio. Sono venuta a dirti che tutto il tuo popolo sta morendo di sonno perché tu russi talmente forte da far tremare le case.

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Il re, a quelle parole, avrebbe ordinato subito di chiudere la bambina nel pollaio per almeno vent’anni, ma per fortuna era arrivata la regina la quale, prendendo esempio dal coraggio di Lucia, disse al re che si, era proprio vero. Allora anche i ministri confermarono e poi, via via, tutti quelli che il re fece chiamare, dissero la stessa cosa.  Sua maestà non poteva certo farli chiudere tutti nel pollaio e dovette arrendersi all’evidenza. Si vergognò alquanto e non parlò per tre giorni. Infine fece chiamare molti dottori, che gli dessero una cura. Ma i dottori fallirono.

La regina consigliò allora di chiamare la vecchia del bosco, fata o strega nessuno sapeva, e la vecchia venne e disse al re che il suo problema era un incantesimo fatto da chi non si sa. Il rimedio? L’unico rimedio per sciogliere la fattura era abbassare le tasse e dare metà del suo oro ai poveri.

Sentito ciò, il re avrebbe preferito continuare a russare, ma la regina minacciò di andarsene, tutti minacciarono di andarsene, e allora il re fu costretto a eseguire la prescrizione della vecchia, fata o strega non si sa.

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Per tutto il regno si fece gran festa, i poveri ricevettero una manciata di monete d’oro a testa, le tasse furono abbassate, il re smise di russare, tutti si fecero delle grandi dormite e le cose tornarono alla normalità.

Il re, afflitto per la perdita economica, si rodeva tutto il giorno con una domanda : chi mai gli aveva fatto l’incantesimo della russata? Forse la vecchia, strega o fata non si sa?

 

 

LE DUE QUERCE

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C’era una volta un povero taglialegna che si apprestava ad abbattere due querce. Erano due alberi antichi, grandi e possenti ed era un vero peccato tagliarli, ma l’inverno stava arrivando e il taglialegna pensava che, con il ricavato da quel legname, avrebbe potuto avere di che sostenere lui e la moglie nei lunghi mesi di freddo e di gelo.  Accostò dunque la scure al tronco di una quercia, si fece forza e poi vibrò il primo colpo.

La grande chioma della quercia fremette e il taglialegna sentì una voce femminile e implorante che gli diceva: – Non lo fare! Lasciami vivere!

Si spaventò alquanto, poi si diede dello stupido, pensò di aver avuto un’allucinazione e voleva riprendere il lavoro, ma al colpo seguente la voce si fece sentire più forte: – Non lo fare! Risparmiaci, sarà la tua fortuna! – A questo punto il pover uomo non resse più, scappò a casa a gambe levate e alla moglie, che lo interrogava sorpresa per il suo ritorno, raccontò ogni cosa. La moglie gli disse che certamente quelle querce erano fatate e che aveva fatto bene a lasciarle stare.

Passò un po’ di tempo e la moglie si accorse di essere incinta. Il taglialegna ne fu felice, perché da tanto aspettavano invano un figlio, ma la prima neve era già arrivata e l’uomo si chiedeva preoccupato come avrebbero fatto a superare l’inverno. La fortuna promessa dalla voce fatata ancora non si era manifestata, non avevano trovato alcun tesoro, non erano diventati magicamente ricchi e l’uomo si pentiva di non aver abbattuto le due querce.

Fu un inverno durissimo, neve e gelo a non finire. Finita la farina, finite le castagne, fuori il vento fischiava e i due non avevano quasi più nulla da mangiare. Anche i lupi nel bosco avevano fame, la notte ululavano e il taglialegna pensava che presto avrebbero mangiato lui e la moglie, sfiniti dal digiuno e incapaci di difendersi.

Un mattino, mentre si aggirava nel bosco sperando di catturare qualche animale selvatico da mettere in pentola, il taglialegna scorse a terra un uomo incosciente e ferito e lo soccorse. Lo trascinò fino a casa, dove fu scaldato e si riebbe. Era molto ben vestito e sicuramente era un nobile, forse caduto da cavallo.

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Il signore ringraziò, disse che senza il loro aiuto sicuramente sarebbe morto di freddo, perché il suo cavallo si era imbizzarrito per la caduta di un grosso ramo e lo aveva disarcionato, fuggendo poi nel bosco. Il povero si scusò per non poter offrire al suo ospite ristoro, perché, disse, non avevano più nulla da mangiare. Intanto, con grande gioia del nobile, si sentì un nitrito e si vide fuori il cavallo, che era riuscito a tornare dal suo padrone. Il nobile si sentiva in forze per prendere la strada del ritorno, ringraziò ancora, salì a cavallo e se ne andò.

Ed ecco, il giorno dopo, arrivare alla capanna del taglialegna una carovana di cavalieri che trasportavano sacchi con ogni ben di Dio. Sembrava un sogno, ma era proprio vero. Il taglialegna e la moglie si videro riempire la casa di pane, formaggi, salumi, farina, olio, frutta secca… cose che non avevano mai assaggiato e mai sperato di mangiare nella loro vita. Piangendo per l’emozione, i due poveri ringraziavano e, quando i cavalieri se ne furono andati, mangiarono. Mangiando tornarono le forze e il buon umore e la coppia passò un bellissimo inverno, incurante della neve e del gelo e dei lupi che ululavano nella notte.

Venne poi la primavera e all’inizio dell’estate la donna partorì. Diede alla luce due bambine. Erano gemelle, ma una era bionda, l’altra bruna. Crebbero ed erano la gioia dei loro genitori. Entrambe buone e ubbidienti, ma la bionda più vivace e estroversa, la bruna più pensosa e riflessiva.

Chiara e Moretta, così si chiamavano, erano bambine serene, non avevano giochi ma si divertivano con tutte le meraviglie dei boschi e dei prati. Portavano al pascolo una capretta e addomesticavano animali selvatici. Cervi, scoiattoli, uccelli, non le temevano, ma si avvicinavano a prendere del cibo dalle loro mani e si lasciavano accarezzare.

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I genitori erano orgogliosi e felici delle loro figlie. Crescendo, diventavano sempre più belle e il padre diceva spesso che erano degne di un re.

Anche il re aveva due figli, e uno era bruno, l’altro biondo. Il bruno si chiamava Severo ed era serio, amava studiare e riflettere. Il biondo si chiamava Gregorio ed era l’opposto, vivace, sempre in movimento e allegro. Le sue risate risuonavano spesso per tutto il castello. I due principi vivevano in perfetto accordo e spesso, insieme, cavalcavano per prati e boschi.

Fu in un pomeriggio d’estate quando, accaldati ed assetati, si fermarono ad una fonte, che conobbero le due fanciulle. Chiara e Moretta stavano attingendo dell’acqua ed erano così belle e gentili che i due principi si innamorarono di loro in un istante. Severo si innamorò di Chiara e Gregorio di Moretta.

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Chiara e Moretta tornarono a casa sospirando, con in mente soltanto quei due bei giovani con il cappello piumato e dimenticandosi di portare l’acqua.

I due principi, rientrati al castello, annunciarono al re e alla regina di aver trovato moglie. Il re e la regina ne furono sconvolti. Due ragazze dei boschi, magari figlie di un taglialegna? Giammai !

– O loro o nessuna – dissero i principi, – rinunceremo anche al regno, pur di sposare le fanciulle del bosco.

Il re, che non aveva studiato psicologia, era abituato a essere ubbidito senza opposizioni, perse la testa. Nella notte, in segreto, chiamò due guardie e ordinò loro di catturare le due ragazze e di buttarle giù dal dirupo del Diavolo. Il dirupo del Diavolo era un orrido e profondo precipizio, il luogo adatto per compiere un delitto e nasconderlo per sempre. Così all’alba, quando Chiara e Moretta si recarono alla fonte, sperando di rivedere i due principi, si videro arrivare addosso gli sgherri del re, che le rapirono, le trascinarono fin sull’orlo della rocca e le buttarono di sotto.

 

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Quando i principi giunsero alla fonte, poco più tardi, aspettarono invano che giungessero le fanciulle amate. Aspettarono tutto il giorno poi, verso sera, con un cattivo presentimento nel cuore, cercarono la casa delle due ragazze e lì trovarono i genitori in lacrime, perché le loro figlie erano scomparse e non se ne trovava traccia.

Tutti insieme cercarono ancora Chiara e Moretta, per tutta la notte, nei prati e nei boschi, ma delle due giovani neppure l’ombra.

I principi tornarono al castello, in grande angoscia. Si misero a letto e non si alzarono più. Caddero ammalati, non mangiavano, non bevevano, e giorno dopo giorno la vita li abbandonava. Inutili le cure dei dottori, che scuotevano la testa, rassegnati. Il re e la regina erano disperati. Il re si pentiva di quello che aveva fatto, ma ormai, come porre rimedio? Le ragazze erano morte, e sarebbero morti anche i suoi figli, la gioia dei suoi occhi.

Arrivò così un’alba tristissima, quando i principi, pallidi e sfiniti, non davano più segni di vita.

Affranti, il re e la regina non avevano più lacrime.  Quando ad un tratto, ecco un immenso stuolo di uccelli entrare nel castello, con un frullar d’ali che pareva quasi un boato. E, fra lo stupore e lo sgomento generale, reggevano con i loro becchi due ragazze: Chiara e Moretta, vive e sorridenti.

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Le deposero a terra, sui sontuosi tappeti della sala. Intanto, come per miracolo, i due principi riprendevano la vita e le forze e si precipitavano ad abbracciare le fanciulle.

Il re e la regina, che avevano assistito alla scena, non avevano parole dall’emozione e dalla gioia.

– Questi sono gli uccelli nati e cresciuti nei nidi che ospitano le due querce che nostro padre non ha abbattuto – disse Chiara.

– Sono stati loro a salvarci da una brutta caduta – disse Moretta.

Le due ragazze non accusarono il re e non raccontarono mai quello che era realmente successo. In tal modo, il re visse il pentimento nel suo cuore e i figli non ebbero modo di odiarlo e di mettersi contro di lui. Nessuno si oppose più alle nozze, che furono celebrate con gran magnificenza.

Il taglialegna e sua moglie vennero colmati di ogni bene e vissero felici e sereni una lunga, lunga vita. Le due querce, per chi volesse vederle, sono ancora lì. Centenarie, cariche di nidi, ma sempre verdi e possenti.

 

IL RE BON BON

 

Nel suo palazzo di marmo e d’argento, il re Bon Bon stava contando il suo denaro. Arrivò un ministro, tutto trafelato: – Maestà, il popolo protesta!

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– Che cosa vuole il popolo?

– Vuole più cibo, maestà.

– Chiamatemi l’inventore Tagliaeincolla.

L’inventore Tagliaeincolla giunse a palazzo e, con il suo ingegno finissimo, realizzò una pompa ad aria compressa con cui furono inventate le pagnotte gonfiate. Tutte le mattine un fornaio impastava e cuoceva delle pagnotte che poi venivano gonfiate e distribuite al popolo.

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Il popolo esultò e non credeva ai propri occhi, vedendosi arrivare quelle pagnotte giganti. Fu un gran mangia e mangia, lo stomaco si riempiva, ma era pieno d’aria e la gente, dopo un po’, si sentiva stanca e senza forze, come se avesse mangiato poco.

Il re Bon Bon contava il suo denaro e arrivò nuovamente il ministro, a riferire che il popolo protestava.

– Che cosa vuole il popolo?

– Il popolo è stanco e depresso, maestà.

– Si chiamino i saltimbanchi.

Vennero i saltimbanchi e ogni sera, nella piazza più grande del paese, c’erano spettacoli per tutti.

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La gente si divertiva, era contenta, ma faceva tardi e al mattino non si alzava più nessuno in tempo per andare al lavoro.  Si crearono bande di sfaticati che vivevano di ruberie.

Il ministro si recò dal re e gli disse che il popolo voleva giustizia.

– Si chiamino i banditori – disse il re.

Vennero i banditori e giravano tutte le strade annunciando a gran voce: – Cittadini, siete tutti colpevoli! Ogni giorno, in ogni minuto, voi siete colpevoli! Siete colpevoli di non lavorare abbastanza, di aver pensato male del re, di non pagare abbastanza tasse e di invidiare chi di voi ha qualche capra in più. Cittadini, dovete sentirvi in colpa da quando vi alzate al mattino a quando andate a letto la sera!

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Così la gente andava a letto la sera con la pancia vuota e in più disturbata dal senso di colpa.

Ora avvenne che il buon Dio, tra una faccenda e l’altra, buttò l’occhio giù verso quel paese e trovò che la situazione era insostenibile. Con due dita, acciuffò il re Bon Bon e lo posò in una piccola isola deserta, in mezzo all’oceano. Lo mise lì a vivere di caccia e pesca. Per il bere, c’erano i ruscelli.

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Per un po’, nel regno del re Bon Bon fu un paradiso. Si mangiò pane vero, si fece festa, si lavorò il giusto e ci furono capre e formaggio per tutti. Andò tutto bene per un po’, finchè la gente ebbe la bella idea di eleggersi un altro re. Allora, nel giro di poco, si ricominciò da capo. Peccato che ora il buon Dio abbia altro da fare e chissà quando troverà il tempo per buttare l’occhio su quel regno. Chissà quando.

 

IL RICCIO BORBOTTONE

Un riccio borbottone non riusciva a trovare moglie. Conosceva molte ricce amabili e oneste, ma le trovava tutte troppo spinose.

– Ma che cosa pretendi – gli dicevano gli amici.

Alla fine il riccio si risolse a chiedere la mano di una lepre. Ne trovò una proprio svampita, che accettò e tutto il bosco rimase alquanto sconvolto dalla faccenda.

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Si fecero pettegolezzi a non finire: chi rideva, che si indignava. Il riccio e la lepre erano una strana coppia. Lui camminava adagio, lei  in un attimo era già oltre la collina e non si vedeva più. Lui amava uscire la notte, lei riposava nascosta nella tana.

Si può dire però che non litigavano affatto, siccome non si vedevano mai.

 

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La coppia visse a lungo e senza contrasti di alcun tipo. Il bosco si abituò alla cosa e nessuno ci fece più caso.

 

L’ ALLEGROSAURO

L’essere umano discende dai dinosauri, si sa…o forse no? Non ricordo. Comunque, ai tempi dei tempi antichi che più antichi non si può, i dinosauri abitavano la terra e  se la passavano più o meno bene. Avevano cibo in abbondanza, ma se si ammalavano certo non c’erano i veterinari e gli erbivori avevano qualche problema con i carnivori a cui erba e frasche non piacevano e preferivano bistecche succulente.

Insomma, grandi foreste e immensi prati e acqua non inquinata, ma anche lotte e disagi per la sopravvivenza. Così, capitava spesso che anche i dinosauri si svegliassero di cattivo umore e imprecando e qualcuno accumulava molto stress.

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Per fortuna, meraviglia della natura, c’era un tipo di dinosauro di cui gli archeologi non hanno ancora trovato traccia ma c’era, vi assicuro che c’era. Era l’allegrosauro, da cui discendono i clown. Un mattacchione che solo a vederlo faceva ridere: naso rosso a palla, occhi fuori dalla testa, orecchie a sventola, un bel pancione, gambe corte, piedi palmati. Si nutriva di bacche e aveva la passione per il divertimento suo e degli altri. Tutto il giorno a fare capriole, scherzi, giochetti. I cuccioli ne andavano matti e perfino i carnivori, con certi denti che solo a vederli si sveniva, non riuscivano a papparselo perché li faceva troppo ridere.

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L’allegrosauro è la prova storica che senza allegria la vita non ha senso, sarebbe solo un nasci, mangia, lotta e muori. L’allegrosauro, nostro antenato, ci ha lasciato il senso dell’umorismo, un grande dono.

 

RE ASINELLO

C’era una volta un re anziano e senza figli. I parenti gli stavano tutti antipatici e allora, in punto di morte, dispose che il suo successore dovesse essere il suo amato asinello. Così volle e così fu.

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L’asinello, dalla stalla, passò a vivere a palazzo e bisognò chiamarlo maestà. Tutte le mattine lo spazzolavano e gli impomatavano la coda. Poi lo bardavano con ricchi paramenti d’oro e pietre preziose. Tutti si inchinavano e gli auguravano: – Buona giornata, maestà!

Gli portavano una ricca colazione: fieno, biada, e poi l’asino, scusate, il re, usciva a spasso e a fare i suoi bisogni. Era un re pulito, rispettoso dell’ambiente.

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I ministri avevano creduto di poter fare tutti i loro porci comodi con un simile re ( corruzione, concussione, affari loschi, affamare il popolo, intascarsi i soldi delle tasse…) ma si accorsero presto di essersi sbagliati. L’asinello non era scemo, capiva benissimo e aveva un suo modo di esprimersi molto efficace.

Di fronte alle ingiustizie piangeva oppure si metteva a tirar calci e a ragliare così forte da spaventare tutta la corte. In breve, tutti i ministri finirono buttati fuori dalla finestra a suon di calci.

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Il re si fece poi un giro nel regno e portò a palazzo gli umili, i rappresentanti della povera gente che aveva tanto lavorato e tribulato e loro divennero i suoi ministri e non ebbero modo di montarsi la testa e di corrompersi, perché sua maestà li teneva d’occhio e fecero il bene della gente e di tutto il regno.

Mai ci fu un re tanto giusto e sensibile. Il popolo ne era felice. Il re asinello visse una vita lunga e di servizio al bene di tutti. Quando morì gli fecero un monumento così alto che toccava il cielo.

Il re asinello fu un esempio meravaviglioso  di come il potere debba essere servizio.

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IL FIORE DELLA VERITA’

C’era una volta una regina bellissima. Era certo la donna più bella del mondo. La sua voce era soave, le sue mani erano bianche, affusolate e gentili. Chi la vedeva ne rimaneva incantato. Gli uomini erano stregati dalla sua avvenenza.

La regina era cattiva però e aveva dei gusti discutibili: le piacevano i cimiteri. Se n’era costruita uno personale, nel parco del castello, in cui aveva seppellito tutti i mariti che, dopo pochi giorni dalle nozze, aveva fatto uccidere. Erano già 44 e la distesa di lapidi candide si vedeva bene dalle finestre della stanza della regina, che ne era entusiasta.

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Tutte le sere andava a portare un fiore su quelle tombe, le tombe dei suoi amati scemi, così chiamava i suoi mariti assassinati.

Da tempo però non giungeva più nessuno al castello per chiedere la sua mano. Morti tutti i principi, morti i nobili, nessuno le faceva più visita e la regina si annoiava e avrebbe ancora tanto voluto ampliare il suo cimitero.

Un giorno venne a palazzo il garzone del panettiere, un bel ragazzo allegro e pieno di vita, che perse ogni baldanza appena vide la regina alla finestra e cadde vittima del suo fascino. Se ne innamorò subito perdutamente. La regina gli sorrise e gli fece cenno di salire da lei.

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Il giovane, emozionato e confuso, poteva presentarsi dalla dama senza neppure un fiore? Ne cercò uno e non ne vide, scorse infine là, nel cimitero, un biancheggiare di  fiori bianchi. Corse e ne raccolse un mazzo. Erano dei fiori nuovi e mai visti, bianchi e a forma di stella, con un intenso buon profumo.

Nessuno lo sapeva ma quelli erano i fiori della verità, e quando il ragazzo giunse di fronte alla regina il profumo del suo bel mazzo di fiori gli fece vedere la verità di come fosse in realtà la bella dama: vide una strega brutta e orrida, ghignante e con i denti da vampiro.

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Anche la regina sentì il profumo e vide la verità di quel giovane: era bello, felice, con un animo puro e generoso. Per la prima volta nella sua vita provò l’amore e volle abbracciare il garzone, che lasciò cadere i fiori e scappò inorridito. Invano la regina lo rincorse, gli promise che sarebbe stato suo marito e re.

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Il ragazzo fuggì e la regina rimase sola nelle sue stanze. Per tutta la vita rimpianse il bel giovane e sentì il gelo della sua solitudine. La vista del suo bel cimitero non la rallegrò più.

Il garzone non tornò mai al castello. Sposò una ragazza del suo paese e visse sereno una lunga vita.

 

LA STELLA CADUTA

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Una stella cadde dal cielo. Il pastore di stelle, un tipo con una gran barba e una memoria formidabile, quando le contò si accorse che ne mancava una. Chiese: – Dov’è Gioia?

Le altre stelle non lo sapevano, allora scese in terra a cercarla. La trovò nascosta in un prato, sotto un cumulo di fieno appena tagliato dall’intenso profumo di erbe.

– Tu appartieni al cielo – le disse, – torna subito su con le altre!

– No- rispose Gioia decisa, – no. Che bisogno ha il cielo di me? Sono più utile qui sulla terra, dove tutti sono tristi e sempre preoccupati. Sono stufa di passeggiare beatamente in cielo, voglio fermarmi qui.

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Il pastore fu colpito da quelle parole e pensò che Gioia aveva ragione. Tornò in cielo e radunò tutte le stelle e disse loro: – Se volete, siete libere di scendere laggiù sulla Terra, dove c’è molto bisogno di voi.

Le stelle scesero fra gli uomini e, siccome erano tante, ogni uomo o donna o bambino o vecchio ne ebbe una. E stava nel suo cuore. E’ ancora lì. E’ fatta per risplendere nel buio, quando ogni altra luce sembra perduta.

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LA NEVE

La neve scendeva volteggiando, senza sosta, e la danza durava da ore ed ore. Danzavano i fiocchi e pian piano ricoprivano ogni cosa. Ricoprirono strade e paesi e anche gli alberi del bosco. Gli scoiattoli dormivano nelle loro tane nei tronchi.

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Uno solo era sveglio , ma lui era speciale. Era lo scoiattolo poeta. In realtà non aveva mai scritto neppure un verso, perché non sapeva usare carta e penna, ma aveva l’animo del poeta. Nella natura vedeva il bello e adesso, in quel turbinio di bianco che arrivava chissà da dove, da quali porte nel cielo, lo scoiattolo poeta rimaneva semplicemente incantato a guardare. Poi scese la notte e nel buio i fiocchi non si vedevano più. Allora, stanco, il poeta andò a dormire.

 

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